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Sono una redattrice in equilibrio tra precariato selvaggio, libri da divorare, cosmetica e... vita!

Crema viso Antietà Globale di Erboristica Athena’s

Crema viso Antietà Globale di Erboristica Athena’s

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Parlando di creme viso bio da supermercato, continua la mia ricerca di creme ottime a prezzi economici e ho voluto testare la crema di Erboristica Athena’s, perché in passato mi ero trovata bene con i suoi prodotti per il viso e perché mi piace come azienda: utilizza ottimi ingredienti senza essere irraggiungibile.

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Antietà Globale, trattamento intensivo di Erboristica Athena’s

Infatti, ho…

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La rabbia del precario in editoria

La rabbia del precario in editoria

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rabbiaeditoriaNon so se è solo un problema mio (parrebbe così, secondo alcuni), ma ho notato un lento evolversi della mia sfrenata passione per il lavoro editoriale.

Quello che mi ha spinto verso questo mestiere di redattore è stato l’amore per il lavoro con la parola scritta, con i libri, con le informazioni e con la loro divulgazione. Un amore spassionato che mi ha guidato con determinazione a entrare nel…

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È tempo di saldi: redattori 3 in 1!

È tempo di saldi: redattori 3 in 1!

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Tra le conseguenze della crisi o della mancanza di regole o, ancora, dell’indecenza in cui versa il settore editoriale, c’è un nuovo fenomeno che va tanto di moda tra gli editori e che vede protagonisti i soliti redattori precari, ossia la svendita del lavoro.

C’erano una volta, tanto tanto tempo fa (pochi anni) il correttore di bozze che correggeva le bozze, il redattoreche faceva l’editing e il

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Lasciamo lo Yosemite e Mariposa per una nuova avventura, che ci porta dritto dritto nel cuore di San Francisco. Ero emozionata, avevo sentito parlare tanto di questa città, avevo letto qualche cosa e in ogni descrizione non mancavano mai entusiasmo e fascino. Dalla beat generation ai soliti, cari e rassicuranti film e telefilm americani, tutto mi attraeva (in teoria) di questa città.

Devo dire, col senno di poi, che le mie aspettative non sono state affatto deluse! Abbiamo alloggiato in China Town, dove vive una delle comunità asiatiche più antiche e popolose del mondo occidentale. L’hotel era il Grant Plaza, molto comodo per la posizione (da qui si può tranquillamente girare la città a piedi), non molto costoso visto che non siamo più in mezzo al nulla ma nel cuore di una metropoli. Tuttavia, se mai qualcuno capiterà in questo hotel, consiglio di chiedere una suite con due letti queen perché uno solo per due è davvero piccolo!

Appena arrivati, nel primo pomeriggio, dopo un abbondante pranzo di sushi ci siamo recati a vedere il Golden Gate Bridge, icona della città. Abbiamo preso un autobus da Union Square e poi abbiamo scarpinato parecchio passando per il Presidio, ex quartiere militare, oggi residenziale e periferico, molto grazioso per via del parco che lo circonda e per la vista che, dopo un’oretta, vi si aprirà davanti: il ponte più famoso del mondo (o quasi) in tutta la sua bellezza, al tramonto (nel nostro caso), lontano dal traffico.

Lo abbiamo raggiunto e abbiamo fatto rigorosamente una camminata su di esso, con il rumore assordante del traffico e con la baia di fronte a noi, San Francisco in lontananza e la mitica Alcatraz che torreggiava sopra tutto.

La sera siamo rientrati presto, stanchi morti, per prepararci alla visita della città del giorno dopo. Il programma prevedeva una lunga camminata in tutta China Town, passando per il quartiere italiano North Beach e per i luoghi “sacri” della beat generation, dal Vesuvio Cafè alla City Light Bokstore. Particolare, poi, la stradina di Macondray Lane, che si districa su una scalinata di legno, tra le tipiche case in stile vittoriano (amore a prima vista!).

Il sali-scendi fa paura. Altro che film. Le salite e le discese vi sfiancheranno ma, soprattutto, ho capito che mai e poi mai io potrei guidare in città :D

Il giorno dopo, ahimè, ci salta la visita ad Alcatraz (prenotate se potete!) e quindi abbiamo optato per un giro sul Pier 39, super turistico (meno male che le otarie parcheggiate sul molo erano simpatiche :D )

E poi ci avviamo verso gli ultimi giorni di vacanza, ma proprio quando pensiamo di avere visto quasi tutto… si apre sotto i nostri occhi un nuovo spettacolo che ci rimarrà per sempre impresso nel cuore.

All’altezza di Carmel by the sea lasciamo l’autostrada e facciamo la celebre Highway 1, la strada sulla costa. Miglia e miglia di coste alte e rocciose, mare splendido, calette, verde… simile alle coste irlandesi, ma la lunghezza e i paesaggi che si susseguono curva dopo curva rendono questo luogo unico al mondo. Con tanto di elefanti marini che si crogiolano al sole (ben protetti dagli umani). a Piedras Blancas.

Ci fermiamo più giù. per la notte, a Cambria, un villaggio che, immagino, d’estate sarà meta di molti turisti americani, ma che a marzo ci ha regalato una delle serate più belle della vacanza. Tutto grazie all’alloggio: abbiamo pernottato nell’ostello (B&B) Bridge Street Inn, accogliente nell’arredamento (sembrava una casa irlandese!) ma non solo, perché abbiamo stretto amicizia con il proprietario e i vicini di casa, oltre che con un ospite come noi, trascorrendo una serata tra pizza e falò nel giardino (che nostalgia di quei sorrisi!).

Purtroppo il giorno dopo eravamo pronti già a partire, ma ci saremmo fermati lì un mese intero… ma che dico, una vita intera! Proseguiamo verso l’ultimo tratto di costa che ci separa da Los Angeles, da dove, il giorno dopo, saremmo ripartiti per l’Italia. Questa volta, però, facciamo autostrada per accorciare i tempi, decidendo di fermarci a Santa Barbara.

La giornata era particolarmente ventosa, ma le infinite spiagge avevano il fascino che ci aspettavamo. Stare però a crogiolarsi nella sabbia non era pensabile, così abbiamo pensato bene di pranzare tra gabbiani e tucani, gustando il più buon granchio di sempre! Il ristorante, che vi consiglio visto i prezzi abbordabili, è il Santa Barbara Shellfish Company, molto rustico, ma con dei granchi da 9 libbre che sembrano dei mostri marini veri e propri (e forse lo sono ;) ).

E poi, che dire, ultima notte a Los Angeles. Vacanza finita, ma con tutto quello che abbiamo visto e vissuto è sembrato di stare via almeno tre mesi. Salvo il fatto che… ripartirei DOMANI!

Stati Uniti, viaggio nell’Ovest: San Francisco e la Hwy 1 (5) Lasciamo lo Yosemite e Mariposa per una nuova avventura, che ci porta dritto dritto nel cuore di…

Ecco come ti orienta l’orientamento al lavoro

Ecco come ti orienta l’orientamento al lavoro

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Eh sì, avevo qualche soldo da buttare (come no…) e ho deciso di metterlo in una seduta di psicologia o orientamento al lavoro che dir si voglia. Non ho mai avuto un debole per gli psicologi, ma questa sembrava anche terapeuta e mi sono detta: «Qualcosa di illuminante o vagamente tale potrebbe anche dirmelo». Un po’ come il gioco di azzardo insomma: tra le tante spighe, vuoi che non mi va bene…

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Lasciamo quindi alle spalle il deserto, per immergerai nella natura più incredibile che abbia mai visto. Il primo parco che incontriamo, e non era previsto, è lo Zion. Il programma di viaggio prevedeva di raggiungere Las Vegas direttamente da Page, percorrendo circa 430 km (270 miglia) in quattro ore e mezza.

Certo, se non fosse che il navigatore ci ha fatto una bella e gradita sorpresa, facendo passare per questo parco che ci ha subito avvolto nelle sue meraviglie. Già prima di entrare un’aquila gigante ha pensato bene di accoglierci durante il suo pasto (con un daino, credo) e, poi, superato l’ingresso del parco (20 dollari a macchina) si è aperto davanti a noi un’immenso paesaggio dolomitico, ma di colore rosso! Io non lo so come dal deserto siamo passati a questo straordinario scenario, ma è così.

Terra e rocce rosse ci hanno accompagnato nella “traversata”, con alberi, fiumi, campeggi, animali, pochissime persone (in estate credo sia affollato) e tanto silenzio. Io e il mio compare eravamo già innamorati di tanta magnificenza, stavolta più “verde” dei paesaggi che avevamo visto fino a quel momento. Ma abbiamo deciso di continuare la nostra rotta verso Las Vegas, una città nel deserto che sembra messa lì per ricordare quanto possa essere brutta la vita :D

Ora faccio una parentesi: se non siete curiosi e non vi importa di Las Vegas EVITATELA. Noi siamo arrivati circa alle 19, abbiamo fatto un giro, poi nanna e poi siamo fuggiti di corsa. No, non ci è piaciuta, no lo spettacolo delle luci non è affascinante, no non ci siamo divertiti, no, non giochiamo al casino, no, non c’era bella gente. Quindi io la sconsiglio, ma poi sta a voi.

Il giorno dopo siamo partiti da Las Vegas per raggiungere il Sequoia National Park. Un viaggio impegnativo di oltre 6 ore, macinando circa 620 km (386 miglia). Già prima di arrivare le foreste sembrano avvolgerti e gli alberi cominciano a essere decisamente diversi da quelli a cui siamo abituati. Non puoi non viaggiare con il muso in su per capire se mai avranno una fine quelle cime!

Arriviamo nel cuore del parco (all’ingresso vi viene sempre fornito materiale e mappe con cui orientarvi) e la neve inizia a fare capolino. Freddo! Visto che era sera e il viaggio era stato impegnativo, decidiamo di coccolarci e di soggiornare al Wuksachi Lodge: con una spesa di 100 dollari abbiamo dormito in mezzo ai giganti e… agli orsi! Non ne abbiamo visto uno, sia chiaro, ma il pericolo di incontrarli era talmente reale che ci hanno subito avvertito di comunicare qualsiasi avvistamento :D

Sembrava di stare in una cartolina, in un film o in un cartone animato, non lo so. Un “rifugio” con tutti i comfort ma silenzioso, discreto, con poche camere, in mezzo alla foresta. Ti forniscono anche una torcia per la sera, per raggiungere le camere a 200 metri di distanza. Dai… quando mi ricapiterà? La sera abbiamo cenato nel loro ristorante (non che ci fosse alternativa) e abbiamo gustato i migliori piati di tutta la vacanza, annaffiati da buon vino californiano a soli 36 dollari. troppo bello per essere vero, ripensandoci, e invece…

Il giorno dopo visitiamo le “Giants“, le giganti, con l’imponente tra gli imponenti, il Generale Sherman. Una passeggiata tra queste sequoie che hanno dai 1000 ai 6000 anni, con un sentiero pavimentato a prova di sedia a rotelle, il silenzio, il respiro di questi alberi che definirli tali sembra quasi riduttivo. Spiritualità e riverenza sono i sostantivi giusti.

Nel pomeriggio si riparte, destinazione Yosemite National Park. Decidiamo di dormire a Mariposa, una località che si trova a circa un’oretta dalla Valley del parco (il “centro”) e fermiamo una stanza allo Yosemite Inn (link di Tripadisor), che a quanto pare era il più economico della città, ma non sono sicura (mi sono fidata dell’omino dell’ufficio turistico, proprio a fianco del motel).

Abbiamo cenato al Charles Street e abbiamo avuto modo di gustare un’ottima cena, smentendo così le dicerie sui gusti degli americani. Certo, sui maccheroni ci mettono una bistecca, ma se siete accorti nella scelta mangerete carne di ottima qualità e ottimi contorni.

Il giorno dopo è dedicato alle bellezze naturali del parco. Lo raggiungiamo in auto e sfida vuole che fosse domenica, c’era un po’ di gente (non eravamo più abituati a più di 5 persone nel raggio di 10 km!). Ma il parco è immenso e i paesaggi davvero mozzafiato, ancora una volta. Lo so, sono ripetitiva e tenete conto che, tra le immagini, nessuna e dico nessuna rende giustizia…

Dedichiamo un bel po’ di ore alle passeggiate e poi torniamo, sapendo che dal giorno dopo saremmo tornati nelle vie cittadine, a San Francisco, ma le sorprese naturalistiche non erano ancora finite… ;)

 

Stati Uniti, viaggio nell’Ovest: Zion, Sequoia e Yosemite National Parks (4) Lasciamo quindi alle spalle il deserto, per immergerai nella natura più incredibile che abbia mai visto. Il primo parco che incontriamo, e non era previsto, è lo…

La mattina ci risvegliamo con una temperatura quasi gelida (6 gradi) e facciamo una mega colazione a Williams: pancakes! Siamo andati nel caratteristico (in quanto super americano) ristorante greco/italiano. Sì, lo so, sembra una contraddizione, ma entrate e vedete :P

Partiamo quindi verso le 9 in direzione Monument Valley. Siamo stati in dubbio per un po’ sul fatto che saremmo riusciti ad arrivare fino laggiù, ma visto che avevamo guadagnato un giorno visitando il Grand Canyon nel pomeriggio, il giorno prima, abbiamo deciso di farci questi 370 km (circa 4 ore) per non perderci un altro spettacolo.

Torniamo quindi su queste strade infinite, libere, stavolta circondati da foreste, almeno per un’oretta. Gradi esterni all’auto: 3! Freddo freddissimo. Nelle restanti tre ore, invece, vediamo il paesaggio che cambia, per l’ennesima volta, miglio dopo miglio. La terra, da chiara e polverosa, diventa rossa, rosso fuoco. Le case e i villaggi dei nativi Navajo aumentano ed è impossibile non essere curiosi di che tipo di vita svolgano in quelle case, a volte baracche, a volte roulotte. Numerose sono le bancarelle (vuote) sparse lungo la strada. Magari si riempiranno in estate…

Già prima di arrivare, un’oretta prima, ci si immerge in quelli che sono i tipici paesaggi da Far West di Hollywood, ma quando si arriva a quella che è definita come la vera Monument Valley si apre davanti a noi un paesaggio immenso (di nuovo), incredibile, splendido (sì, di nuovo!). Non sono brava a descriverlo, credo che la cosa migliore da fare è vederlo.

Gli spazi sono indicibili, potrei darvi anche le altezze ma rimarrebbero solo numeri. Bisogna andare per fare in modo che questi paesaggi entrino dentro gli occhi e vi schiaffeggino un po’ :)

Non abbiamo fatto il tour con le jeep dei Navajo perché costavano un po’ (75 dollari), ma perché, soprattutto, non ci interessava in particolari modo. Quello che propongono, comunque, è un tour di un paio d’ore tra le “sorelle”, in mezzo ai picchi della Monument alla ricerca, anche, dei luoghi celebri dei film di John Wayne & C.

Proseguiamo quindi il viaggio, dopo un  paio d’ore di silenzio di fronte a questi giganti divini, e ci dirigiamo verso Page, un paesino minuscolo dove avremmo fatto tappa per la notte. Prima però, ci fermiamo a Kayenta, una cittadina nei pressi della Monument e vi consiglio di farlo, perché è un “centro” abitato principalmente da nativi. Non so come spiegarvelo, ma la loro vita, la loro scelta di vita, mi affascina e ho una certa reverenza per loro. Vederli nella loro quotidianità era incredibile.

A Page, nei pressi del lago Powell, ci fermiamo in uno dei motel che troviamo nella cittadina. Si trova a 230 km dalla Monument, circa 3 ore e mezza di distanza. Un paese immerso nel deserto, come tutti, con un quartiere particolarmente “baraccopoli”, ma di una tranquillità che solo l’Arizona (al confine con lo Utah in questo caso) può dare.

Il giorno dopo visitiamo due luoghi che, ancora una volta, ci hanno tolto il fiato:
Antelope Canyon: un piccolo canyon da percorrere a piedi (scegliete rigorosamente una guida Navajo ed evitate quelle americane!), scavato dal vento che crea figure inimmaginabili. La nostra guida era una ragazza nativa, spettacolare, che non solo ci ha fatto fare un tour fotografico (a prezzo normale) ma ha anche condiviso con noi un po’ di storia del suo popolo, che considera questo luogo sacro.
Horseshoe Bend: e qui tenetevi forte. Non riesco a trovare le parole. Parcheggiate, 10 minuti a piedi e di fronte a voi o, meglio, sotto di voi, si apre una vista che vi toglierà il fiato, letteralmente. Anche in questo le foto non possono rendere la magnificenza, è impossibile!

E dopo aver riempito gli occhi con queste immensità, si riparte…

Stati Uniti, viaggio nell’Ovest: Monument Valley e Page (3) La mattina ci risvegliamo con una temperatura quasi gelida (6 gradi) e facciamo una mega colazione a Williams: …

Da Los Angeles partiamo, quindi, alla volta del Gran Canyon. Grazie al fuso orario che ci “sballa” il ritmo veglia/sonno, la mattina ci svegliamo di buon’ora (fin troppo visto che alle 4.30 avevamo già gli occhi spalancati!). Doccia, preparazioni bagagli e via…

Non smette quella sensazione di meraviglia che abbiamo assaggiato fin sull’aereo: sappiamo che ci aspetta qualcosa di grandioso, a partire dal viaggio: 486 miglia (circa 780 km). Non sappiamo la destinazione finale, precisamente, perché prima di arrivare al Parco Nazionale del Gran Canyon vorremmo trovare un motel nelle sue vicinanze.

Lasciare Los Angeles significa stare in macchina almeno un’ora e mezza, tanta è la sua estensione. Per fortuna il traffico peggiore è nell’altra direzione, quindi ci armiamo di pazienza e partiamo che ancora è buio, verso le 6. È la prima lunga tratta ed è anche un banco di prova: sarà davvero piacevole come dicono la guida in queste strade? Reggeremo (soprattutto il guidatore)?

La risposta a tutte le nostre domande non tarda ad arrivare: appena usciti da Los Angeles ci accoglie immediatamente il deserto californiano. Distese infinite, strade infinite, cielo azzurro, pochissime macchine, natura e silenzio. Come può non essere una sorpresa per noi europei che scopriamo per la prima volta gli Usa?

C’è poco da dire sul viaggio, è volato, nonostante le molte ore di guida. Bastava guardare intorno per sentirsi privilegiati, vivi e meravigliati. Unico accorgimento: fare benzina ogni volta che il serbatoio arriva a metà: ci avevano allarmato circa la mancanza di distributori nel deserto, ma in verità è bastato fermarsi solo due volte. Velocità costante, zero traffico, strade dritte riducono moltissimo i consumi.

Arriviamo nei pressi di Williams (Arizona) verso le 13.30; è una graziosa cittadina a circa 50 miglia dal Gran Canyon. Ci fermiamo per chiedere informazioni all’ufficio turistico e decidiamo di fermare qui il motel per la notte. Il mitico Motel 6 fa al caso nostro: prezzo molto contenuto, camera enorme con due letti queen, pulita, bagno confortevole.

Ma non perdiamo tempo! Visto che le sette ore e trenta non ci hanno sfiancato (beato entusiasmo), proseguiamo nel pomeriggio per il Gran Canyon, che raggiungiamo dopo circa un’oretta (alle 15). Si pagano circa 25 dollari a macchina e, una volta entrati, si possono prendere i pulmini gratuiti che, secondo tre o quattro rotte, ti portano nei luoghi panoramici più suggestivi; oppressi può decidere di cercare da solo, in macchina, i luoghi più belli, ma in questo caso si procede su un’altra strada.

Optiamo per la prima e saliamo sul pulmino: traccia rossa. Scegliamo le fermate più importanti (come ci ha suggerito l’omino al punto informazioni), facciamo qualche camminata, cercando di riprendere fiato alla vista di questo Canyon che è impossibile descrivere. Bisogna essere lì per capire tanta maestosità, tanta bellezza sconfinata, tanta profondità. Le foto, purtroppo, non gli rendono giustizia neanche un po’.

È come essere di fronte a un’opera artistica infinita, il cui autore non può essere altro che dio o come volete chiamarlo. È davvero mozzafiato. Non se ne vedono i confini, e il Colorado spunta qua e là per ricordarci che è tutto naturale, che c’è vita anche qui.

Le temperature sono molto diverse da quelle lasciate a Los Angeles. Il vento è fortissimo e fresco, bisogna ripararsi bene.

Ad ogni modo, con i nostri soliti sorrisi a 54 denti, rimaniamo in quel luogo fantastico fino alle 19, poco dopo il tramonto, e poi riprendiamo l’auto. La sera la stanchezza si fa sentire più forte, ovviamente, ma Wiliams è il posto giusto per rintanarsi: piccola, accogliente, senza turisti o traffico, immersa nel deserto e, soprattutto, posta lungo la mitica Historic Route 66.

Optiamo per un ristorante messicano, uno dei tanti che incontreremo in questo viaggio, e poi di corsa a nanna. Perché il giorno dopo si parte ancora… alla ricerca degli indiani e di John Wayne ;)

 

Stati Uniti, viaggio nell’Ovest: Gran Canyon (2) Da Los Angeles partiamo, quindi, alla volta del Gran Canyon. Grazie al fuso orario che ci…
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Partiamo da Malpensa con un’agitazione degna di un bambino al primo giorno di scuola. Eccitazione per il viaggio, timori per lo scalo a Zurigo, per le lunghe ore di aereo, per l’arrivo, la macchina e l’inglese. Tutto condito da due sorrisi a 54 denti.

Il viaggio è lungo, oltre 10 ore chiusi in uno spazio al limite, ma, diciamolo, non l’abbiamo nemmeno sentito, troppa felicità! Atterriamo che sono le 18 e per fortuna usciamo dall’aeroporto in tempi da record (ci è andata bene, mi sa, perché ci avevano terrorizzate con lunghe file per il controllo bagagli, ma le facce da giandoni in vacanza ci hanno salvato).

Andiamo alla Hertz e ritiriamo la macchina. Dopo qualche litigata con il cambio automatico ci inoltriamo subito nel traffico di Los Angeles, degno della sua fama. Ma le luci, la gente, i quartieri cominciano già a stordirci di gioia. La prima sensazione che provo e che non mi ha mai abbandonato per tutti i 15 giorni, è quella di essere come in un film o in un telefilm, di quelli che vedo da quando ho 5 anni… come può non essere tutto straordinario e familiare allo stesso tempo?

Prevediamo di stare a Los Angeles per tre notti, avevamo prenotato un motel che si è rivelato molto meglio del previsto, nel quartiere di Hollywood (Coral Sands LA). Camera pulita, essenziale, wi-fi, posizione eccellente, prezzo contenuto. Deposti i bagagli, nonostante un sonno epico, usciamo per incontrare nostri due cari amici italiani che vivono lì da un po’. Gioia moltiplicata.

Il giorno dopo, ci svegliamo alla buon ora (a causa del fuso orario, soprattutto la prima settimana, tenderete a svegliarvi all’alba, ma è utile per godersi in pieno le giornate). Decidiamo di uscire a piedi e, visto che le cose da vedere sono tante e i giorni limitati, ci facciamo subito ingabbiare in un tour per turisti, di quelli sul pulmino, che dura circa due ore e ti mostra i luoghi “cult” di Los Angeles. Paghiamo 20 dollari e partiamo dalla Walk of fame.

Niente di altamente culturale, ovviamente, ma abbiamo avuto così la possibilità di vedere Los Angeles da lontano, di percorrere la mitica Mulholland Drive, le ville stratosferiche dei vip, quelle di Beverly Hills, Rodeo Drive ecc.

Los Angeles ha un’estensione che pare non avere limiti, quindi l’auto è fondamentale e se avete pochi giorni a disposizione dovrete per forza limitare le cose da vedere: noi abbiamo perso l’osservatorio Griffith (ma se capitate da quelle parti non fate il nostro errore, piuttosto sacrificate altro!) e gli Universal Studio, di cui non mi pento molto.

La giornata prosegue nel delirio più assoluto di Hollywood, la via centrale, dove incontrerete il Dolby Theatre, dove fanno gli oscar, negozi e tanta, tanta folla, se è il week-end.

Sarà che io e il mio compare non amiamo molto la folla, ma dopo un paio di ore eravamo già al limite di sopportazione :D
Caso vuole che si festeggiava San Patrizio, quindi ci uniamo ai nostri amici e entriamo in un bar. Quello che ci ha stordito è la follia, positiva o meno, della gente che abbiamo incontrato. Persone di ogni colore, di ogni credo, con qualsiasi disagio mentale o religione convivono, parlano, urlano, si divertono o semplicemente sorridono… Crazy people!

Il secondo e ultimo giorno a Los Angeles è stato dedicato al Forever Cemetery, splendido cimitero immerso nel verde, immenso, con alcune tombe celebri, e a Venice Beach, dove tutto ciò che avevamo intravisto è amplificato all’ennesima potenza. Purtroppo (o per fortuna) era la prima vera domenica di sole e caldo (oltre 30 gradi!) e quindi abbiamo avuto un secondo assaggio del traffico, peggio che in tangenziale a Milano.

Raggiungiamo la spiaggia in un tempo allucinante, ma quello che poi ci si apre davanti è ancora uno spettacolo da godersi. Oceano, ragazzi, oceano. Infinito. Spiaggia… che spiaggia… infinita. Pista da ballo sui pattini che ospita giovani e anziani sulle rotelle (spettacolari!), gruppo di centinaia di persone che suonano il bongo (e da cui provenivano improvvise zaffate di marijuana), poliziotti che guardano, osservano, ma non rompono le scatole a nessuno, “jumpers” che davano spettacolo e intrattenevano centinaia di persone sulla strada.

Tutti, lì, sono liberi di fare qualsiasi cosa, purché non dia fastidio a nessuno. Sono liberi di essere qualsiasi cosa vogliano, qualsiasi età abbiano, qualsiasi vestiti indossino, qualsiasi sessualità pratichino, qualsiasi erba fumino, qualsiasi colore abbiano. Be’, non è fantastico?

Lasciamo la spiaggia e ci rintaniamo in hotel, sapendo che il giorno dopo avremmo lasciato Los Angeles (è un arrivederci all’ultimo giorno di vacanza) e ci sarebbe stata la partenza per il vero viaggio mentale (e non solo) che ci aspetta e che aspettiamo con trepidazione. Destinazione: Gran Canyon. (seconda puntata :) )

Stati Uniti, viaggio nell’Ovest: Los Angeles (1) Partiamo da Malpensa con un’agitazione degna di un bambino al primo giorno di scuola. Eccitazione per il viaggio, timori per lo scalo a Zurigo, per le lunghe ore di aereo, per l’arrivo, la macchina e l’inglese.

Dialoghi tra un’americana e una disoccupata italiana

Dialoghi tra un’americana e una disoccupata italiana

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Americana: «Tu lavori? Be’, immagino di sì, per forza, di che cosa ti occupi?»
Disoccupata: «In verità ho perso il lavoro l’anno scorso…»
Americana: «Come? L’anno scorso? E ora che cosa fai?» – faccia tra lo stupito e lo schifato -
Disoccupata: «Prima lavoravo come giornalista, ora faccio la freelance, ma non pagano molto»
Americana: «Che cosa significa che non ti pagano abbastanza?» – faccia…

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Sono tornata dal viaggio in Usa (in teoria)

Sono tornata dal viaggio in Usa (in teoria)

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Credo di essere stata via ben più dei 15 giorni effettivi che dichiarano i biglietti aerei. Mi sento come se fossi stata via almeno tre mesi. Abbiamo visitato posti incredibili, di una magnificenza che ti resta dentro. E ne abbiamo visti tanti, tantissimi.

Schermata 2014-03-31 alle 08.59.58E poi le città, Los Angeles e San Francisco, e le cittadine minori, più piccole di una cruna di un ago, rispetto a tutto il resto. E le…

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Disoccupato fallito sarai tu!

Disoccupato fallito sarai tu!

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È inevitabile, inutile girarci in giro, se siete disoccupati da più di qualche mese o anche solo da qualche settimana, vi capiterà inevitabilmente qualche giorno in cui vi sentirete dei falliti.

3572721567_398621b4c0_oVuoi che sono “quei giorni” (per le donne), vuoi che l’ennesimo colloquio (ma che dico, l’ennesimo curriculum ignorato) vi ha fatto sentire inetti anche quando fate la pipì (ma sarà giusto così o vogliono…

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Ritengo che i cimiteri, tutti, siano i luoghi dove è possibile respirare la spiritualità a prescindere da religioni, credenze, usi e costumi. Per questo, ma non solo, adoro poter visitare i cimiteri delle città e dei Paesi in cui mi trovo: parlano molto del popolo e della gente, della mentalità e della civiltà su cui si costruisce la vita. Sembra un paradosso, ma solo in apparenza. Sembra anche macabro, ma solo in apparenza.

Ecco allora una panoramica, un racconto alternativo delle civiltà del mondo in chiave “sacra”.
(C’è anche un po’ di Italia, vedi 8 e 9)

 1. Highgate  Cemetery, Londra

È il tipo di cimitero che preferisco, immerso nella natura, tanto che è stato inserito nel Registro dei Parchi e Giardini di interesse storico dall’English Heritage. Aperto nel 1839, è oggi un vero e proprio museo a cielo aperto e ospita, tra gli altri, le tombe di Karl Marx, George Eliot e Michael Faraday.

2. Antico cimitero ebraico di Praga

È stato fondato nel 1439 e si trova nel quartiere ebraico di Praga. È uno dei più celebri, nel suo genere, in tutta Europa. La caratteristica principale, è la presenza di tombe sovrapposte: la mancanza di spazio era dovuta al fatto che il cmitero non poteva espandersi fuori dal perimetro esistente (si arriva fino a 9 strati). Oggi ci sono 12.000 lapidi, ma gli ebrei sepolti potrebbero superare i 100 mila. La tomba più antica è quella di Avigdor Kara del 1439; quella più famosa è del rabbino Rabbi Löw.

 3. City of the dead (città dei morti), Cairo

Si chiama Al-Qarāfa e qui i morti convivono con i vivi. Tra le tombe dei defunti vivono circa un milione di egiziani. Le tombe possono essere inserite nei cortili tra i palazzi, in un intreccio tra tombe ed edifici o in una distesa di spiazzi funerari. Una vera e propria necropoli, ricca di arte e monumenti di importanza storica ma altrettanto piena di povertà.

4. Père-Lachaise, Parigi

È il primo e il più grande cimitero civile di Parigi, progettato a inizio ’800 da Alexandre-Théodore Brongniart. Tra i pipù illustri, sepolti qui, troviamo: Abelardo ed Eloisa, Savinien Cyrano de Bergerac, Molière, Jean de La Fontaine, Oscar Wilde, Marcel Proust, Michel Petrucciani.

5. Cimitirul Vesel (cimitero allegro), Romania

Si trova a Săpânţa ed è caratterizzato da tombe dipinte con scene di vita della persona che vi è sepolta. Spesso si tratta anche di scene ironiche, accompagnate da una poesia umoristica. Trovo che sia davvero spettacolare. Si lega alla cultura degli antichi Daci, che considerano la morte un momento di gioia perché il defunto approda ad una vita migliore.

6. Cimitero della cattedrale di St. Andrews, Scozia

Il cimitero si trova dietro la cattedrale, come molto spesso capita nel Regno Unito e in Irlanda, e si pensa che risalga al XII secolo. Èstata la chiesa medievale più imponente della Scozia e i suoi resti, oggi, si intrecciano con quelli delle tombe del cimitero, alimentando l’alone di mistero del luogo e suscitando rispetto reverenziale.

7. Cimitero di Bonaventure, Savannah (Georgia), Usa

Il cimitero è diventato famoso dopo l’uscita del film Mezzanotte nel giardino del bene e del male, diretto da Clint Eastwood, nel 1997, tratto da un libro, a sua volta basato su fatti realmente accaduti e di atmosfera gotica. La copertina di questo libro riporta una scultura di una giovane ragazzina, divenuta famosa come “bird girl“, che era nel cimitero da circa 50 anni e che mai, prima della pubblicazione, era stata notata (ora è in un museo).  

8. Cimitero acattolico di Roma

Non c’è visita nella capitale che non contempli, per me, una puntatina a questo meraviglioso cimitero, situato proprio dietro alla Piramide Cestia. È nato all’inizio del 1700, quando le norme della Chiesa cattolica vietavano di seppellire in terra consacrata i non cattolici. Per questo i protestanti, gli ebrei, gli ortodossi e i suicidi erano inumati fuori dalle mura, di notte, per evitare manifestazioni di fanatismo religioso. Le tombe celebri sono quelle di John Keats, Percy Bysshe Shelley, Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda. Curiosità: ci sono dei gattoni bellissimi che gironzolano :)

9. Cimitero delle Fontanelle di Napoli

È un antico cimitero della città chiamato in questo modo per la presenza in tempi remoti di fonti d’acqua. Sono presenti 40.000 resti di persone, vittime dell’epidemia di peste nel 1656 e di colera del 1836. È celebre anche perché qui si svolgeva il rito delle “anime pezzentelle”, che prevedeva l’adozione e la sistemazione di un cranio (detta «capuzzella»), al quale corrispondeva un’anima abbandonata in cambio di protezione.

10. Cimitero Okuno-in, Monte Koya, Giappone

Si trova a sud della città di Osaka, nella prefettura di Wakayama, ed è considerato uno dei luoghi più sacri del Giappone, con uno dei più importanti centri monastici del Paese. L’area del cimitero conta numerosi mausolei, tra cui quello di Kūkai, e un monumento ai caduti nella Seconda guerra mondiale.

I 10 cimiteri più suggestivi del mondo Ritengo che i cimiteri, tutti, siano i luoghi dove è possibile respirare la spiritualità a prescindere da religioni, credenze, usi e costumi.

La laurea in Filosofia non è inutile

La laurea in Filosofia non è inutile

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«La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo rimane tale e quale»

Greek philosophersÈ questo quello che mi sono sentita ripetere da quando decisi di frequentare questo corso di laurea, cioè dai miei 17 anni. E molte volte, nel corso degli anni post-laurea, ho maledetto questa mia scelta, anche perché ero (sono?) molto più portata per materie scientifiche (avrei scelto Fisica o Matematica in…

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